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Carmelo Bene - Majakovskij "All'Amato Me Stesso"

Amor fati - di Francesco Boco PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Boco   

È possibile amare qualcosa di terribile e tragico, che incombe sull’uomo come una minaccia, come un soffio gelido che spinge a proseguire una strada a senso unico? Come si può abbracciare il destino misterioso e muto senza rabbrividire, senza disperare? Secondo Marcello Veneziani, il fato deve essere amato, accolto nella sua essenza con la tranquillità dell’animo impassibile. Di questo tema inattuale tratta il suo nuovo saggio Amor Fati (Mondatori, 18 euro), che si presenta al lettore come un’agile raccolta di aforismi e pensieri in bilico tra filosofia e autobiografia.

La filosofia del novecento ha affrontato da svariate prospettive la questione del destino, cercando di dare risposte al domandare dell’uomo in merito al tempo del suo vivere nel mondo e la sua libertà. Tra i molti autori, Oswald Spengler e Martin Heidegger hanno scritto pagine fondamentali al riguardo, e lo stesso Veneziani non manca di citarli e dialogare con loro. Per Spengler il destino era direzione storica, vale a dire il compenetrarsi di passato e presente nel futuro di una civiltà storica. Senza destino non c’è storia e la civiltà muore. Dal punto di vista di Veneziani la visione del filosofo tedesco è ancora legata al volontarismo nietzscheano e al suo forte immanentismo. A sua volta Martin Heidegger considerò il destino in rapporto all’essenza dell’uomo. L’uomo può vivere autenticamente il suo tempo solo quando realizza di essere un essere-per-la-morte; la morte è quindi la dimensione destinale costitutiva dell’essere umano. Marcello Veneziani parte dunque da questo importante punto fermo per dare forma al suo pensiero sul fato e la sua importanza per l’uomo.

La vera libertà  si basa sul riconoscimento dei limiti che ad essa fanno da argine, che la mettono in forma e le danno un senso. Nell’epoca della tabula rasa, nel tempo in cui si è realizzata la perdita dell’essere e del senso, si può forse ripartire verso un nuovo destino, che altro non è che il soffio del divino. Ecco quindi che essere libero equivale ad accogliere ciò che è per come esso è, accettare il passato che viene consegnato per prolungarlo nel futuro. Libertà e destino si compenetrano e non si escludono nella formula che pervade tutto il testo: amor fati.

«Destino è radicamento nell’avvenire. Radicamento è il destino nella provenienza». Il destino è oggi un tema obsoleto perché si vive nella società del momentaneo, dell’eterno presente, un mondo affetto da sindrome di Peter Pan. Senza continuità né relazioni si pensa che la vera libertà venga dallo scioglimento dei legami a favore di un individualismo in sé concluso. Ma si tratta di un giardino che non dà frutti, circondato da alte siepi che non lasciano filtrare la luce. Destino è invece il legame permanente, il radicamento che non muore, l’identità che cresce e si tramanda nelle sue forme mutevoli ma essenzialmente uguali. L’indifferenza per la morte che oggi finisce su tutti i giornali è l’espressione di una forma mentale dell’istantaneo, che non si pone domande sulla finitudine dell’uomo perché non vuole “distrazioni”, perché, in fondo, non sa da dove viene né dove sta andando. «L’angoscia dilaga laddove il senso del destino è perduto, e vige la percezione dell’esistenza labile, votata al niente. Il destino, al contrario, segna l’irrevocabilità dell’accadere, ma anche del soggetto a cui accade. Il fato sigilla la persistenza». Appellarsi al caso significa in fondo affidarsi al caos informe e senza scopo, cieco e inconcludente. Ciò che invecchia e cresce ha invece una provenienza e una prosecuzione, che chiede al contempo la tragica e impassibile forza di farsi carico del destino di cui è intrisa.

Nella visione di Veneziani il destino si compenetra con la provvidenza divina. Passando attraverso gli scritti di Vico, l’autore assegna una dimensione più che storica al fato, facendone la forza ascendente che agli uomini assegna un posto nel mondo. La morte di Dio e il suo nascondimento sta tutto nelle mani e nei cuori degli uomini poiché le loro orecchie sono sorde e i loro occhi ciechi. Eppure nel destino si manifesta la forza del dio e allora nel nichilismo compiuto può anche crescere ciò che salva. È in qualche modo la rievocazione della tradizione, del legame comunitario politico e spirituale che solo dà destino. Tradizione è fedeltà, non ripetizione, afferma Veneziani, tornando a ribadire che il legame religioso tra le tre dimensioni temporali trasmette nel tempo storico un impulso di natura più profonda ed elevata. «Perduto l’orizzonte del destino che àncora la storia a una persistenza oltre il tempo, la storia naufraga nell’oblio e nella vanificazione».

Le mitologie stanche della fine della storia che negli ultimi anni hanno affollato gli scaffali delle librerie portano un messaggio di impotenza ed esaurimento. Utopie nichiliste che annientano in un colpo il passato e cancellano ogni slancio futuro, queste visioni sono le filosofie che fondano efficacemente la morale mondialista e globalizzatrice. Poiché il destino presuppone collocazione storica, continuità e quindi identità, il fato non ha più alcun ruolo se viene a mancare il suo percorso mondano chiamato storia. Eppure la storia non muore se nei popoli resta forte un amore per il proprio passato, per la propria comunità.

Ecco allora che amor fati significa rivolgersi con apertura e com-prensione a quel mistero tragico e terribile che segna la storia dell’uomo, trovando al contempo la pienezza di vita e la rigenerazione dell’anima. «Il destino è la trama entro cui esistiamo».