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| Benvenuti nell'Ucronia - di Gianluca Casseri |
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| Scritto da Gianluca Casseri |
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Se Mussolini avesse vinto la guerra, Mastella sarebbe al potere nel nome del Fasci Marcello Veneziani
Poniamo il caso che la sera precedente le Idi di marzo del 44 a.C. Giulio Cesare si fosse trattenuto nel giardino della sua domus un po’ troppo a lungo, omettendo di coprirsi bene a dispetto della temperatura non ancora primaverile. Non è peregrino ipotizzare che il mattino successivo si sarebbe svegliato con un febbrone da cavallo e quindi non si sarebbe recato in Senato. Ecco che il conquistatore delle Gallie sarebbe sfuggito ai pugnali dei cospiratori guidati da Bruto e Cassio, dopo di che, ormai padrone assoluto di Roma, postosi alla testa delle sue invitte legioni le avrebbe condotte nel cuore dell’Europa, assoggettando la Germania, i Balcani e addirittura la Russia. Sulla base di una tale ipotesi, non ci vuole molto a convenire che la storia del nostro continente, e del mondo, sarebbe mutata radicalmente. E tutto ciò per un banale colpo di freddo. Quello che vi ho appena descritto è uno scenario ucronico. Si definisce ucronia (ma vengono usate anche ulteriori definizioni quali “storia alternativa”, “contro-storia”, “storia virtuale”, “storia controfattuale” e altre) un particolare filone della narrativa fantastica: l’autore di un racconto ucronico prende un evento storico e lo rovescia, vale a dire ipotizza cosa sarebbe successo se quel determinato fatto non si fosse verificato come riferiscono i libri di storia, ma in maniera inversa. Esempio classico: come si sarebbe svolta la storia d’Europa se Napoleone avesse vinto la battaglia di Waterloo invece di perderla? I fondamenti teorici del genere vengono individuati in un saggio scritto in pieno XIX secolo dal francese Charles Renouvier, e intitolato per l’appunto Uchronie, nel quale si descriveva lo sviluppo della civiltà europea non come si era effettivamente svolto, bensì come avrebbe potuto svolgersi se alla morte dell’imperatore romano Marco Aurelio fosse asceso al trono un successore diverso dal depravato Commodo. In Italia, negli anni tra le due guerre mondiali, il filosofo cattolico Adriano Tilgher affermava che si riscontrano “nella storia dei momenti cruciali, dei punti nodali, in cui il corso intero degli eventi sembra in modo indubbio sospeso a un evento singolo, individuale, omnimode determinatum, dal non esserci del quale quel corso intero sarebbe stato diversamente atteggiato.” In fin dei conti ci sono “avvenimenti dei quali, anche se non si sono prodotti, abbiamo la più netta coscienza che avrebbero potuto benissimo prodursi”, e nel caso si fossero verificati “il corso degli eventi non sarebbe stato quello che è stato”. Ma passiamo dalla teoria alla pratica. Uno dei punti nodali che hanno più attratto gli scrittori ucronici è la seconda guerra mondiale. Negli ultimi sette decenni un gran numero di autori ha ipotizzato che le sorti del conflitto fossero state in tutto o in parte rovesciate, immaginando quindi un dopoguerra diverso da quello in cui viviamo. Alcune di queste opere sono state tradotte nel nostro paese, come La svastica sul sole di Philip Dick, La grande spia di Len Deighton o Fatherland di Robert Harris, tutti ambientati in un mondo dominato dal Terzo Reich che è uscito vincitore dalla guerra. Da parte loro, gli autori italiani si sono più interessati allo sviluppo ucronico del fascismo. Tra gli altri, nel 1950 usciva Benito I Imperatore di Marco Ramperti, e nel 1980 La grande mummia di Vanni Ronsisvalle, che immaginavano un regime mussoliniano saldamente in sella dopo la vittoria bellica. Se entrambe queste opere presentavano un taglio ironico, ben altro tono ha l’epico romanzo di Mario Farneti Occidente3, pubblicato nel 2001, gratificato da un notevole successo, e che ha dato origine a una trilogia. La sua notorietà ha varcato persino i nostri confini, se pensiamo che il quotidiano londinese The Times gli ha dedicato il 5 maggio 2001 un articolo su otto colonne. La vicenda prende il via dall’ipotesi che nel 1940 l’Italia non sia entrata in guerra a fianco della Germania, ma, rimasta neutrale, assistita alla conclusione del conflitto. Nel 1945 l’Unione Sovietica, dopo avere occupato i paesi dell’Est, aggredisce l’Europa occidentale. A quel punto il nostro paese entra in guerra a fianco di USA, Inghilterra e Francia e dà un contributo determinante alla sconfitta dell’Armata Rossa e all’invasione della Russia. Così, negli anni settanta del secolo scorso (epoca in cui è ambientato il romanzo), l’Italia fascista è una potenza mondiale e il suo impero si estende dalle steppe russe all’Oceano Indiano. Per chiarire gli intenti dell’opera lasciamo parlare lo stesso autore: “La tesi di fondo sulla quale si sostiene il mio romanzo è che, se da un lato il Fatto Compiuto non può essere modificato, dall’altro può invece essere messo in discussione. Questo espediente critico ci permette di prendere in considerazione una gamma di alternative storiche non solo attuabili, ma in certi casi anche auspicabili. Siamo spesso portati a credere che il nostro sia il mondo migliore possibile, ma questa è solo una supposizione che, se riflettiamo bene, non ha alcun fondamento. Per questo motivo, scrivere Occidente è stato per me quasi un dovere intellettuale.” E ancora rileva: “La visione del mondo cui si rifà la nostra cultura attuale è inquinata da un forte complesso di colpa legato alle vicende del ventennio e al disastro seguito alla nostra entrata in guerra. Questi eventi dolorosi hanno agito e agiscono sulla nostra percezione della storia e del presente come una lente deformante. Ecco, io ho voluto eliminare questa lente deformante per riappropriarmi delle radici della nostra tradizione.” Le parole di Mario Farneti ci fanno sospettare che il suo romanzo – e più in generale ogni narrazione ucronica – costituisca qualcosa di più di un semplice esercizio di fantasia da praticare in un salotto intellettuale per vincere la noia. Questo doveva essere chiaro anche a un altro scrittore, Guido Morselli, il cui romanzo Contro-passato prossimo, pubblicato postumo nel 1975, rovesciava le sorti della prima guerra mondiale, immaginando una storia alternativa per l’Europa5. Morselli affermava che “lo storicismo rimane una delle strutture portanti della cultura mondiale […]. Basta ricordarsi che è lo scheletro teorico del marxismo.” Dichiarava poi che, scrivendo l’opera, era sua intenzione “portare un contributo alla negletta, e anzi proscritta, critica ‛alla’ Storia.” Anni prima, il già citato Tilgher aveva scritto: “È bene e salutare che lo storico si ponga il problema del ‛se’. Non per fantasticare a vuoto su quello che avrebbe potuto essere e non fu, ma per acquistare chiara e netta coscienza della non-fatalità, della contingenza, della casualità inerente all’accadere storico, ad ogni accadere storico.”7 E a distanza di decenni la positiva funzione antistoricista dell’ucronia continua a essere riconosciuta, tra gli altri, dal medievalista Franco Cardini: “Quel che nella storia è accaduto non ha alcun titolo di maggior verosimiglianza rispetto alle infinite cose che avrebbero invece potuto succedere, se non questa: che è avvenuto.” In questo senso “l’ucronia ci libera dal fardello della necessità storia.” Da parte sua lo studioso di Oxford, Niall Ferguson, ricercatore di Virtual History, dichiara: “Il nostro è un approccio anti-determinista, anti-marxista: cerchiamo di ricreare la natura caotica dell’esperienza per dimostra che il corso della storia non è mai certo.”9 In definitiva, l’ucronia avversa lo storicismo e tutte quelle ideologie intenzionate a convincerci che le cose sono andate nel solo modo in cui potevano svolgersi, che la storia marcia secondo una direzione necessaria che è anche l’unica positiva. Contro queste idee dimostra che a determinare la storia sono anche eventi imprevedibili, piccoli e apparentemente insignificanti, proprio come il malanno che avrebbe potuto colpire Giulio Cesare. Ecco allora che scrivere e leggere narrativa ucronica si rivela un modo per destabilizzare la storia e quindi la realtà in cui viviamo. Ma, attenzione: la storia alternativa può assumere forme diverse. Gianfranco de Turris, introducendo un’antologia ucronica, nota che questi racconti si possono scrivere “per sostenere implicitamente che è stato meglio che le cose siano andate come in effetti sono andate, che la possibile alternativa sarebbe stata peggiore della realtà come la conosciamo, che la Storia ha fatto bene a non prendere vie diverse da quelle note.” Indubbiamente questa impostazione “diminuisce le potenzialità dell’Ucronia”; al contrario vi sono narrazioni “scritte per dimostrare che le cose sarebbero andate meglio e non peggio se la Storia avesse imboccato percorsi diversi”. In questo caso l’ucronia ci abitua veramente al “revisionismo assoluto e all’immaginario politicamente scorretto. Con buona pace dei Guardiani del Pensiero Unico e della Immutabilità Storica. Se non esiste un Piano o Fine generale predeterminato della Storia umana […] non deve nemmeno esistere il tabù del Fatto Compiuto: allora tutte le possibilità sono sullo stesso piano, tutti i futuri sono ugualmente possibili”. Considerando anche quanto affermato dai teorici citati sopra, possiamo dire che sia questo secondo tipo di narrativa, col suo “revisionismo assoluto”, a costituire la vera ucronia. Per concludere, se nonostante tutto non siete ancora convinti del valore della storia alternativa, eccovi l’opinione del giornalista, politologo ed ex ambasciatore Sergio Romano: “La storia ipotetica, virtuale o controfattuale […] mi è sempre parsa giustificata. Non può cambiare il corso degli eventi, ma è un’eccellente ginnastica mentale, soprattutto per coloro che dovranno prendere le decisioni di domani.” Dunque, un consiglio a chi aspira a far parte della futura classe dirigente: studiate l’ucronia! |


