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Carmelo Bene - Majakovskij "All'Amato Me Stesso"

Abbasso i cuori! Ritratto dell’eretico Darien - di Francesco Naio PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Naio   

E l’altalena della storia, oscillando nel solco ideale di nauseabonde logiche mainstream, alla fine si ricordò anche di Céline.

Persino di Céline, potremmo dire. Il grande fustigatore del piccolo sentire in nome di un quotidiano fatto di bassifondi e diserzioni, sozzure e vaffanculi supremi, eremi subiti per una notorietà mai voluta se non per quei soldi che, con abissale onesto cinismo, il Nostro mai ebbe a disprezzare; e che, d’altra parte, mai ebbe e basta.

Le foto di Destouches alle prese con scalette sudice di merda di pollo parlano la lingua schietta di chi alla furia di Sartre avrebbe volentieri contrapposto la canna di un Mas, che il destino mai volle concedergli nelle afose giornate del dopoguerra. Sopperì al piombo la fucilazione letteraria ad opera di Albert Paraz, che nel bel mezzo del collerico repulisti del dopo-Vichy difese con coraggio e lucidità, ne Le Gala des Vaches, le idee del pazzo di Courbevoie; l’homme montagne lo definì, sublime autore del Voyage e di Mort à crédit.

Céline, che  non ha alcuna pretesa di durare (“Céline, lui, n 'a pas la prétention de durer”). Al contrario dei Sartre di tutto il mondo, eterna pretaglia della Noia ancestrale e del livore carognesco degli sbirri del pensiero. Tanto al metro sia lunga la veste di idee di cui l’uomo del dopoguerra può ammantarsi, non un centimetro in più!

Il medico Céline, che sapeva curare i corpi ma che, quanto alle anime sue contemporanee, era solo in grado di aggravarne scientemente il già precario stato, aveva esagerato; doveva essere punito, tanto più che il mondo – ma soprattutto la natia Francia novella antifascista – inopportunamente cominciava ad accorgersi di lui. Pierre Monnier, riguardo al già citato Gala di Paraz, nel 1949 trovava il fegato per scrivere: “Coloro che si oppongono a Céline sono semplicemente degli scalmanati comunisti o altri che rappresentano solo se stessi, che non hanno mai letto una sola riga dei suoi libri, che non sanno niente del suo caso. Sbraitano a più non posso perché Céline ha fatto le prime rivelazioni su ciò che accade in Russia con Mea Culpa e Bagatelle. Molto prima di Koestler, Gide e Kravčenko. Costoro, però, non vengono bistrattati come Céline. Perché? Perché lui ha genio!”

Le temibili Bagatelles, crimine contro l’umanità. Ma ancor prima, il già citato Voyage au bout de la nuit, imperdonabile spaccato di una società borghese che i borghesi d’intelletto proletarizzante della scuola collaborazionista francese (quella vera, non quella dei Brasillach e dei Drieu) volevano messa al muro solo a parole. Tutto questo, è storia nota, il Nostro lo scontò ampiamente: processi, peregrinazioni, messe al bando, scomuniche scagliate tanto da parte della repubblica delle lettere quanto di quella di De Gaulle. Céline scontò, sballottato di qua e di là – biasimò e tornò a fare il Cincinnato povero tra le sue galline.

Ma che dire dei misconosciuti predecessori del Dottore, di quelle personalità  notissime ai tempi loro e di cui la guerra fece in tempo a cancellare i nomi? Se Paraz poteva dire di Céline, articolo di fede, che era “un avatar di Vishnu, un altro Gesù Cristo”, che cosa avrebbe mai detto di Georges Darien?

Figlio di Parigi nato all’ombra della Vergine di Rue du Bac, Georges-Hippolyte Adrien è presto dispensato dai miracoli. Di schiatta protestante, perde la madre a soli sette anni restando in balia dei tentativi di conversione di una matrigna, fanatica cattolica, per sfuggire alla quale (ed a tutto un nuovo clima familiare ben poco conciliante) opta per il 2éme Escadron du Train, ove ben presto si mette in luce per la propria incapacità a portare la croce della vita militare. Evidentemente convinto, con Carmelo Bene, di portare sulle proprie spalle une plume viene infatti condannato a farsi spezzare le reni in Tunisia dagli chaouchs corsi. Il milite Adrien sconta così cinque anni di servizio militare obbligatorio in terra d’Africa, di cui trentatrè mesi in regime di lavori forzati.

È il 16 marzo 1886 quando la riottosa guardia coloniale riesce finalmente a sputare un benaugurante bon voyage et va te faire foutre à tout le monde e ritirarsi, solo come un cane, nel cuore di una vita lastricata, senza vie di mezzo, a sangue e oro. Cerca ben presto di farsi strada nelle sovraffollate piazze del milieu letterario francese, ma il compito è arduo. Tenta la prima gomitata con Bas le coeurs!, spaccato ferocemente sarcastico della Francia di provincia: la francètta della piccola e media borghesia fatta di patriottismo e piedi per terra, di armiamoci e partite, sul cui quieto vivere s’abbatte come una scure la retorica infiammata della Guerra Franco-Prussiana. L’Imperatrice, la bella Eugenia de Montijo, l’aveva detto chiaro e tondo: “se non si fa la guerra, mio figlio non sarà mai Imperatore”; ma il piccolo Loulou era destinato a non essere incoronato, con buona pace dell’augusta madre, e la Francia tutta avrebbe dovuto versare molte lacrime per spegnere i fuochi di Sedan.

A margine, la breve drammatica parentesi della Comune di Parigi, con la fucilazione degli alti papaveri ad opera delle truppe ammutinate, la fuga di Thiers, l’epilogo della settimana di sangue presso il Muro dei Comunardi. E mentre Marx Engels e Bakunin affogavano in litri d’inchiostro il pennino per erigere immortali impalcature teoriche su ciò che la Comune avrebbe potuto essere e ciò che invece fu, Georges Darien (ché tale nel frattempo era diventato il nostro Georges-Hippolyte) concentrava le proprie energie sulla dissacrazione di quel bel tipo, il borghese di Versailles, la cui anima "décemment sordide" successivamente Céline avrebbe stuprato in profondità.

Ma il Nostro inizia a godere di una certa visibilità solo con Biribi, termine che nel gergo militare francese designa le Compagnie di Disciplina di stanza in Tunisia. Il romanzo è un atto d’accusa suscettibile di provocare uno tsunami di seccature non indifferenti agli Stati Maggiori della beneamata Armée française. Reduce dalla sacca tunisina di Gafsa, Darien sa di cosa parla perché l’ha visto con i suoi occhi, l’ha subito sulla propria pelle: “Il giorno in cui ho abbandonato gli abiti da civile per indossare l’abito militare mi sono spogliato anche del mio status di cittadino, ed essendo un soldato sono poco più di un oggetto, poiché ho dei doveri, ma molto meno di un uomo, poiché non ho più diritti.” E per quanto la retorica antimilitarista ed antipatriottica a oltranza possa non suscitare particolari simpatie, sarebbe disonesto non riconoscere la buona dose di fegato nello sbattere sul garbato muso della Francia del 1890 le torture, le barbarie asiatiche subite dai pionniers de discipline nelle felici terre del progresso coloniale; a maggior ragione perché il romanzo dette la stura a una campagna di sensibilizzazione sfociata, almeno a parole, in una riforma delle condizioni dei campi di prigionia.

Ma prima d’ogni cosa al nostro Georges premeva riprendere in mano la sferza con cui colpire una volta di più la schiena martoriata del suo nemico storico, Monsieur le bourgeois, Monsieur le Parisien; quei Parigini panciuti, dall’eloquio roboante, disprezzati col nomignolo les Pharisiens, titolo di un pamphlet teso a stigmatizzare, tra le altre cose, l’onda montante dell’antisemitismo dei Drumont, che di lì a poco avrebbe conosciuto l’exploit dell’Affare Dreyfus. Paese meraviglioso, la Francia, in cui la sequenza logica degli eventi storici sembra non potersi esimere in alcun modo dall’ingigantire questo o quell’aspetto, fino al climax: che sia la ghigliottina, la degradazione pubblica o la persecuzione, in un verso come nell’altro. Darien ne è consapevole, ed è tanto più consapevole della pochezza del tipo umano dominante.

Certo, esiste un borghese delle origini non privo di una sua dignità, il borghese che lascia casa e lavoro per difendere i patrii confini, una razza in via d’estinzione i cui ultimi scampoli, forse, ci è stato dato in sorte di vedere proprio in Italia, con quelle meravigliose figure di franchi tiratori dai tetti di Firenze, Torino, Napoli. Ma il bersaglio di Darien è statico, grasso e infervorato: ha gli occhi iniettati di sangue, ammazzerebbe tutti, re pezzenti e puttane, ma guarda gli eventi scivolargli addosso a distanza di sicurezza, inneggiando al prendervi parte ma perdendo a bella posta tutti i treni in partenza per le gloriose rivoluzioni che i tempi pur andavano annunciando da tutti i tetti d’Europa come e più del Vangelo. Erano decenni in cui la rivoluzione si dava via come il pane e quei borghesi, di provincia e di città, sprecavano crosta e mollica. Inaccettabile.

Les annonces mensongères de victoires, les enthousiasmes, les énervements, les défaillances, les chaises qu'on brise à la Bourse, La Marseillaise qu'on fait chanter à Capoul, c'est du patriotisme, tout ça? C'est du patriotisme bourgeois, le patriotisme de l'épicier et celui du journaliste.” E allora crepino giornalisti, mercanti e borghesi poiché l’unico patriottismo che conoscono, quei cani, è quello delle parate e delle menzogne, dei proclami e degli entusiasmi!

Le patrouillotisme, lo chiama. Sarcasmo feroce. Qualcosa di molto simile, ma in chiave tragironica, lo ritroviamo nel potente incipit del Viaggio céliniano, quando Bardamu si fa infinocchiare dal nitore trionfale delle fanfare e dagli occhi dolci delle floride dame, coi loro corpetti stretti e gli ombrellini, che lanciano fiori sulla truppa di volontari che sfila impettita sotto un sole che troppo presto lascia campo libero alla pioggia torrenziale e ai rivoli di fango, in cui vanno a morire strozzate le rose con tutte le coccarde tricolori. "Banda di carogne”, dirà Bardamu-Destouches, “è la guerra! ti fanno loro. Adesso li abbordiamo, 'sti porcaccioni che stanno sulla patria n.º 2 e gli facciamo saltare la pignatta! Alé! Alé! C'è tutto quel che ci vuole a bordo! Tutti in coro! Spariamone una forte per cominciare, da far tremare i vetri: Viva la Patria n.º 1! Che vi sentano da lontano! Chi griderà più forte, avrà la medaglia e il confetto del buon Gesù!”

Li odia a tal punto, Darien, questi burrosi opinionisti de La Belle France, da tratteggiare la figura di Georges Randal, ladro protagonista de Le Voleur, tra l’altro consegnato alla storia da un eccezionale Jean-Paul Belmondo ne Il Ladro di Parigi (1966), di Louis Malle. La tesi di fondo del racconto può essere riassunta dalla frase:“On ne saura jamais jusqu'à quel point les gens honnêtes provoquent les actes des criminals” – non si sa mai fino a qual punto le persone oneste provochino gli atti dei criminali. Quasi una eco jüngeriana, però con mezzo secolo di anticipo.

Ma non sono solo i borghesi l’obiettivo di Darien. Editori a parte, s’intende (giungerà a minacciare di morte Victor Stock a mezzo raccomandata, non si sa mai dovesse venirgli in mente l’insana idea di procrastinare ulteriormente la pubblicazione di un suo romanzo). Dotato di fiuto a largo raggio, anticipatore dell’idea della convergenza dei desiderata tanto del proletariato quanto della borghesia affinché sfocino in una unica grande monocroma classe, il dissacratore di Rue du Bac punta il mirino anche sulle folle incontenibili e incontentabili dei poveri. “Je n'aime pas les pauvres”. Non li ama più, i poveri. “La loro esistenza, che essi stessi accettano, che accarezzano, mi secca; la loro rassegnazione mi disgusta. A tal punto che credo che l’antipatia, la ripugnanza che m’ispirano, m’han fatto diventare rivoluzionario.”

Sì, perchè  il povero ha gettato la spugna. Ha rinunciato alla lotta, ha abiurato al rovesciamento del ricco per farsi lui stesso ricco; ha sputato sulla rivoluzione per, né più né meno, proletarizzare la borghesia. O viceversa. Nessuno è risparmiato, men che meno quei poveri che strumentalizzano e ingannano con quattro confuse idee messe in croce i poveri più poveri di loro, “quei socialisti, quegli anarchici! Ce ne fosse uno che agisce da socialista, uno che vive da anarchico. Tutto questo finirà nel fango borghese”... E ancora – “E’ inutile dirvi che personalmente non mi presento né come socialista né tantomeno come anarchico; non ho nulla a che vedere con simili relitti. Sono solo un uomo disgustato dall’orrore della situazione generale, e non essendo abbastanza intelligente né abbastanza istruito da comportarmi come un cittadino del mondo, il mio unico desiderio è di disgustarmi semplicemente come Francese.”

E allora il milite Adrien torna a sparare, imbraccia il fucile e punta in alto – anzi tremendamente in basso, dritto alla gola del pozzo:“vorrei vedere l’abolizione della sofferenza umana al fine di non essere mai più costretto a contemplare lo spettacolo repellente che offre” e per far ciò “sacrificherei senza esitazione un gran numero dei miei contemporanei.” C’è ancora, forse, dell’umanità in questo cecchino dello spirito dei popoli, quando tratteggia in Biribi la figura di una poverissima tra gli abietti: Grêlée, “La Belle Grêlée, povero diavolo pressoché incosciente, miserabile alcolista ammazzata dalla privazione d’alcool e che si vende per una goccia di eau-de-vie o d’assenzio”; ma è solo un attimo, una infatuazione, presto schiacciata dal nuovo e necessario corso degli eventi. Georges Darien è ormai il nemico del popolo, L’Ennemi du Peuple: un popolo che non è più tale, massa dai tratti belluini, privo di qualsiasi speranza di rinascita, di qualsivoglia volontà di libertà, di futuro. È l’elogio dell’odio, inteso come la più generosa ed onesta delle passioni, l’unica in grado di donare la volontà di riscossa, in un’ottica luciferica potentemente figlia del suo tempo.

Da allora, il soldato Darien non ha più smontato di guardia: arroccato sulla propria solitaria torretta ha continuato a sparare, mirando alla testa e mai alle gambe, incrociando la traiettoria dei suoi proiettili con quella dei Nietzsche, dei Breton, dei Céline.

La musica è  cambiata. “La férocité est beaucoup plus rare que le dévouement”.

In nome, ormai, dell’Individuo; dell’Hors-Peuple.