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Carmelo Bene - Majakovskij "All'Amato Me Stesso"

In margine a un pregiudizio - di Giorgio Nigra PDF Stampa E-mail
Scritto da Giorgio Nigra   

 

Superbo. Perfetto. Magistrale.

È l’articolo di Lidia Ravera per Micromega 3/2010. “A destra della destra: i giovani di CasaPound”. Appena me lo sono trovato davanti mi son detto: bisognerebbe analizzarlo, sezionarlo, osservarlo sul vetrino.

È un articolo da studiare perché emblematico: sin dal titolo, con quello sbrigativo, stantio “a destra della destra”, offre il gancio per cogliere un po' tutti i punti salienti dell'attuale pensiero debole quando si trova, suo malgrado, a confrontarsi con un pensiero ontologicamente forte. Il pensiero di cui CasaPound si fa portavoce, per intenderci. Le idee da noi difese.

Applicare il c.d. “metodo scientifico” agli scienziati, agli psicologi delle idee, è al contempo forte tentazione e strumento intrigante onde bucarne l’anima e portare alla luce del sole alcuni tratti comuni, sospesi nell’aria come ipotetici puntini neri che, debitamente uniti, donano la fotografia di una ben precisa conformazione psichica.

E si scopre che quella tipologia animica cui appartengono molti giornalisti, scrittori, romanzieri (talvolta nipoti di in cerca di requie a mezzo giustificazione sociale, mettendo le mani avanti e spalando merda su chi lavora seriamente, ma con un potere contrattuale pari a zero in una Repubblica fondata sull’odio ideologico) è in perpetuo brulichio, nonostante si attesti da sempre su posizioni essenzialmente immutate, priva com’è della capacità di adattamento, di plasticità intellettuale, di sincera e profonda riflessione.

Non è cattivo, l’articolo della Sig.ra Ravera. Semmai captivus, prigioniero di se stesso, delle sue paturnie. È solo lo specchio di tale tipologia psichica (nel senso proprio di psyché, alla ellenica), e come tale verrà qui preso in considerazione, messo sul lettino e analizzato: solo come exemplum tra mille possibili, senza alcuna velleità polemica di infimo ordine personale.


* Il primo dato: la curiosità. Che, storicamente, è donna.

È il turista che si avvicina alla gabbia per annusare (lui) la bestia, il biologo che osserva lo scorpione con la lente d'ingrandimento. Fenomeno arcinoto ed ampiamente testimoniato negli archivi storici di CPI.

È lui, il curioso, a cercare di norma il contatto. Generalmente noi si resta fermi, come la calamita in rapporto alla limatura di ferro: stai lì, bello tranquillo a berti una birra al Cutty, quando arriva un alieno con un sorriso tirato e terrorizzato che dice che viene in pace e vuole conoscerti.

È un giornalista. È uno scrittore. Sta scrivendo un saggio.

Alla parola “saggio”, tu tremi. E non sai se hai più paura tu della sua paura oppure lui, con quei tiranti invisibili tutt’intorno alle labbra e il sudore sulle palme sussultanti. Pensi pure “poraccio, ma che gli ho fatto? Mo’ gli offro da bere, magari si calma”...

Lo straniero accomuna, nel suo pensare tremolante, coraggio e incoscienza; suda – ma non troppo – quando si arrischia a mettere la mano tra le sbarre, scambiando un gesto normale come il dialogo per fegato. Non si accorgerà mai che la gabbia nemmeno esiste ma ce l'ha messa lui.

* Lo stupore e il disincanto prevenuti. Si affaccia alla balaustra, non sembrano persone anormali; il pub "non è diverso", anzi è perfino bello e contempla una specie di privé: "ci sono un tavolo, un divano. due poltroncine"... La ragazza al bancone è persino "decisamente bella", sebbene "doverosamente imbronciata": è chiaro che il broncio è un dovere, una specie di divisa per il fascista come categoria zoologica.

* L'ansia controllata: il termine "preoccupazione" (o derivati), unitamente all'aggettivo "allarmante", ricorre svariate volte nell’articolo, piazzato in punti-chiave calcolati alla meno peggio.

È tutto un ansare sociale, un affannato arrabattarsi alla ricerca di un perché che non esiste nella serena repubblica delle lettere popperiana, per il semplice motivo che noi costituiamo un mondo a parte ma non una enclave, rappresentiamo un territorio ideale fondato su principi altri, eppure siamo capaci di piombare nelle placide praterie del pensiero debole come un’orda di mongoli impazziti (stando alle graziose oleografie di cui ci onora pressoché quotidianamente l’intelligencija giornalettistica).

* L'appiattimento sui clichés della cultura ufficiale e il vedo-non vedo: Pound resta in ospedale psichiatrico per tredici lunghi anni,
los mejores de la vida de un hombre” disse quello, ne esce intatto ma non si dice e per carità non si dica chi ce l'ha messo e perché, non si indaghi il motivo vero, profondo, esistenziale del Silenzio esemplare in cui decise di trincerarsi per il resto della propria vita.

L'Abissinia, l'Eritrea, quando c'era Lui: di Pound si ignora la carne per focalizzare l’attenzione su un esprit inesistente, la fantomatica usura del linguaggio. "Mi sembrava una battaglia più adatta a un poeta."

Cliché: l'interpretazione attributiva, costitutiva di un qualcosa che non esiste, un vizio antico quanto Marx. Stoccata a margine: il richiamo apparentemente insensibile allo "sciocco e provinciale antisemitismo" ha valenza tanto educativa quanto di segnalazione sociale.

* La sindrome del lettino: psicanalizziamoli.

Il "desiderio di protagonismo" come "spiegazione" (assioma) della "crescita esponenziale": un po' come quando sul Venerdi' di Repubblica qualcuno disse che il fatto di tenere le mani cacciate in tasca davanti all’obiettivo è sintomo di inadeguatezza relazionale e timidezza nell'esporsi.

Ci sentiamo degli zeri sociali: per questo siamo in CasaPound. Qui ha inizio la convergenza verso la prima fase del metodo cortocircuitante democratico: piegare ciò che è forte alle esigenze di ciò che ontologicamente – e di riflesso, ideologicamente – è debole e beatamente autorecluso nel recinto, smorzare i toni, appianare le linee di vetta. Che il mondo sia pianura, dolce declivio, ciò dipende anche e soprattutto dalla brutale sconfitta al miele del mio interlocutore.

Scopriamo pertanto di contare "Zero rispetto alla storia", quella storia che pure ha "sconfitto il Fascismo" (come il comunismo, ovviamente; parla il nostro giornalista-tipo: “non ho pruriti revanscisti, lettori, vedete - equidistanza, terzo millennio, morte delle ideologie anche se”...)

* A questo punto non può fare a meno del richiamo nostalgico, quando scriveva sulla rivistina "i giovani sono ontologicamente rivoluzionari".

Sono stata giovane anch'io. Succede, poi passa, domani il giornalista esponente di questo movimento di scalmanati che sto or ora intervistando intervisterà a sua volta qualcun altro, guardandolo con un misto di curiosità e compassione. Crescerà.

Le concessioni, più paternalistiche che a denti stretti: tutto il mito del vitalismo giovanile in fin dei conti nasce allora. Tocca affrontarlo, ‘sto pasticciaccio di Fiume, del Futurismo, dell’élan vital, della fortissima componente patriottica di quell’autentico fenomeno di spregio della vitètta del borgo che fu l’Arditismo: c’era D’Annunzio, c’era Boccioni, c’era Marinetti... poi vennero i Pound, i Brasillach, i Drieu... mica gli ultimi arrivati. Non si può negare che nel crogiuolo dell’alchimista bolliva un brodo che era tutto un programma di Streben energizzante.


E allora bisogna fare i conti con l’oste, che ha un peso storico non da poco. Perchè per il genio vale il criterio inverso a quello adottato per l'"uomo qualunque", cioè per me, per te che leggi: prima lo si ingabbia e poi, una volta che il suo genio è ormai riconosciuto e consacrato a livello planetario, o di comunità nazionale, o quant'altro e non è più possibile (ed anzi, è controproducente) condurre crociate alla Sartre, si passa a smorzare i toni. Il genio viene ricondotto sul piano umano, anzi del basso-umano: sentimento, psichismo volgare, voglie da quattro soldi, capriccio, tutt'al più buona fede e confusione.

Quando il pensiero debole fa i conti col pensiero forte deve abbassarlo al suo livello: nel nostro caso, di noi che non siamo né Balla né Ungaretti ma dei poveri scemi che si sbattono per strada e nella rete per promuovere una cultura nuova id est ancestrale, il metodo al primo step contempla obbligatoriamente il tentativo di smorzare i toni. Lo si nota anche nel costante richiamo a "i ragazzi di Ezra Pound". Ma vedi anche il buffo: "Sport e cultura. Mens sana in corpore sano. Cose così..." o l'allarmante (per me) "ci sto: in galere le signore col visone!"

Il secondo passaggio nel processo “(ri)cognitivo” del giornalismo più scandalizzato dalla tenacia dei sostenitori del vigore intellettuale contro la fiacchezza cervellotica è la diffamazione. A volte i due binari si incrociano. In questo caso, Micromega sembra tendere più verso il primo: oggi cerchiamo di abbassare la cresta a questi casapoundini, pertinaci eretici della vita; domani, se non vorranno smetterla di essere cazzuti ossia di esser se stessi, sbraiteremo per farli arrestare tutti. Tutti a Coltano, ben lontano dalla gabbia di Pound, quello vero – che non lo contagino ancora una volta con la loro mistica miasmatica!

* Lo scatto di nervi: "A me non risulta. Non so se siano esattamente dei frequentatori di CasaPound, ma ci sono in giro giovanotti che aggrediscono, con i coltelli, sia quelli dei centri sociali, sia gli omosessuali che girano per gay Street... Non mi paiono del tutto disarmati, i ragazzi di Ezra Pound."

Qui, pur con chirurgica freddezza, non dobbiamo esimerci dall’esprimere una nota di disappunto e di registrare una caduta di stile. Molto subdola l'ultima frase, inserita in un periodo integralmente improntato alla scorrettezza: calunnia strisciante, volontà di aggirare il contraddittorio, come peraltro confessato poco oltre. La mano è nella gabbia, accarezza la criniera al leone ma si ritrae più seccata che impaurita: perchè non morde? perchè non sbrana? perchè resta quieto e impassibile, non mi dà la possibilità di scrivere che mi ha aggredito verbalmente? perchè non tira fuori il fascista che è in lui?
Perché questa inspiegabile, snervantissima forza tranquilla?


* La malafede e la porta sul retro: "Non glielo dico, per non entrare in polemica, però, facendo pesare il privilegio dell'età, riporto il problema della violenza agli anni Settanta."

Banale escamotage, ci sia consentito: ciò che conta, in tutta evidenza, è riportarlo.

I '70 sono un casus belli, a me interessa la Gay street. Vorrei tanto un commento. Quanto lo vorrei.

Notiamo, en passant, quel "facendo pesare il privilegio dell'età". Glissiamo, pour noblesse oblige et non épater la bourgeoisie.


* Restiamo sulla violenza, dato che finalmente siamo riusciti a farla emergere nel discorso: i fratelli maggiori menavano proprio.

I vostri, ovviamente. Dalle mie parti, cari ragazzi, non esistevano – e non esistono – collettivi di medicina a mettere in pratica con profitto gli studi di anatomia per smontare scientificamente il nemico venti a uno.

Ma il mio interlocutore osa farmi notare che c'erano dei "cuori rossi", addirittura che menavano come fabbri. Apriamo dunque il libretto delle giustifiche: “L'apologia del fascismo era un reato. Il Partito fascista era stato disciolto. I nostri genitori uscivano da vent'anni di dittatura... E poi: Mussolini si era alleato con Hitler, non credo che voi siate negazionisti...”.
Cinque. Ben cinque giustifiche raffazzonate, col fiatone, di cui una funge da testa di ponte a un blitzkrieg un po’ traballante, che naturalmente fa un buco nell'acqua; perchè "no, non siamo negazionisti. Si', riconosciamo la tragedia. La storia tuttavia andrebbe discussa liberamente".

L'interlocutore è troppo padrone di se'. Vendettucola: "Il mio giovane interlocutore, inappuntabile per cortesia e disponibilità, sembra un po' infastidito dalla domanda."
Messaggio: non mi hai convinta. C'è qualcosa che mi sfugge, lo faccio notare a chi legge. Fate attenzione, questi dicono una cosa e ne pensano un'altra. Le prove? Non le ho. È chiaro. Ma vedete... vedete cosa fa? Ecco, guardate: s’è "infastidito"...

Il buco nell'acqua sul piano ideologico viene traslato con nonchalance su quello umano, ragionando sempre per categorie: “Voi non avete rapporti coi naziskin... comunque”.

Comunque.
Altro buco nell'acqua. L'interlocutore, Responsabile nazionale per la Cultura di CasaPound Italia (a proposito: non “Sciacca” ma Scianca, cognome contemplante per logiche carsiche di arcani cabalismi la radicale di Atlantide, Xoanon, San Sepolcro, Anvedi-che-pazienza-che-ce-vo’...), non è scemo e non a caso riveste questo ruolo, che se qualcuno ancora non l’ha capito è una cosa seria. Analizza il termine, lo smonta, lo riporta alle radici e sposta nettamente il discorso su "programma, stile, etica". L'asse della discussione è dirottato in maniera netta radicale e perfettamente naturale: non si può evitare di affrontare la questione.


Irritazione manifesta, palesata mediante un sarcasmo banale: "Dev'essere una bella soddisfazione avere tutto questo bagaglio. Coi tempi che corrono..."
Mah. Può essere, Signora. Lo chieda a chi ci ha fregato mezzo motto per stamparlo in tutta Italia elidendo (sintomatico) da "Estremocentroalto" la dimensione verticale.

* Programma, etica, stile: la piazza virtuale in cui trovano espressione si chiama Ideodromo.
"Che cos'è un ideodromo? Dove le idee corrono?" OK.
Ma il dramma è: "E quanti corrono dietro a queste idee?" – Qualità contro quantità. Dèi contro Titani: a clash of civilizations. Più esattamente, uno scontro di mentalità.

Leggetele con attenzione, le banalità; nascondono tante cose, tante note rivelatrici...

Vediamolo allora, il programma. C'è una certa onestà di fondo in questo, devo ammetterlo: Lidia Ravera è una delle poche esponenti del giornalismo nostrano ad aver tentato di prendere in esame punto per punto il Programma ufficiale di CasaPound Italia.

Ma è pur sempre una manovra dettata dalla curiosità, nell’accezione del termine di cui sopra: l'elencare punto per punto, per quanto non possa che farci piacere, è esclusivamente finalizzato a spaccare il pelo; si riconosce "il pregio della concretezza", poi si passa a penna rossa-penna blu limitandosi volutamente a sunti sloganistici, anche per non perder tempo con cose che non riguardano i punti salienti – ovvero la violenza, i picchiatori, la Gay street, chi frequenta o non frequenta CasaPound, "quanti siete"... 

"C'è l’impegno a fianco dei lavoratori", che è lodevole, dice.
"Ma i mezzi suggeriti per tutelare il lavoro sanno di esclusione."

Momento importante, non a caso introdotto da un "ma", una delle particole lessicali più insidiose che la nostra lingua contempli. Un discorso articolato, scaturente da DECENNI di riflessione interna a un determinato ambiente politico, viene liquidato con una formula demagogica: "fuori i poveri stranieri per aiutare a essere meno poveri i poveri italiani."
Questo poi diventerà, in un inciso che ha la pretesa di farsi fulmine, "il famoso punto 5".

Ma guardate, questa cosa di liquidare tramite la demagogia non è solo incapacità di analisi sociale del momento attuale, è mentalità. È la manifestazione di un carattere, nel senso di Teofrasto.

Sbaglia chi pensa che stia facendo il bagno nel loro stesso brodo; no, non sto psicanalizzando nessuno: la differenza tra osservazione e psicanalisi giornalettistica è la stessa che passa tra scambiarsi una serie di e-mails e guardarsi negli occhi, tra evidenza e interposizione di un quid pluris.

Quindi fuori i poveri stranieri ecc. Siamo in fase ascendente. La parabola sta per giungere a un climax, altro scatto di nervi populista (nel senso populista dell'aggettivo "populista"): le colonie, l'Abissinia, l'Eritrea, tutti assunti a-storicamente come sinonimi di "sfruttamento, arricchimento indebito, violenza, oppressione, impoverimento" tout-court. Come se, per inciso, la cosa fosse in grado di sortire altro effetto che la noia. Per l'interlocutore, almeno.
Il quale tuttavia non cede alla reciprocità, niente scatti di nervi.


Ora è veramente troppo.

* Finale: dopo il giro nello zoo, torniamo alla realtà. Certo, gentili sono gentili, hanno le idee chiare – per questo abbassiamo i toni – ma sono fascisti. Redeamus ad principium, a prima del safari: tenete pronti i fucili, perchè se saltano fuori dalla gabbia (che non c'è) questi mordono.
La prova: "Il punto 18", il terribile punto 18.
"Il più allarmante". Avrà pensato anche "il più berlusconiano". Recita così: “Riscriviamo la Costituzione”.
E’ proprio vero dunque, li ha sdoganati lui. È tutto un clima che ammorba l'aria. Fiume, il Futurismo, le occupazioni, l’oasi di Arcore... poco importa l'art. 138, tutta questa voglia di riscrivere per andare oltre ha qualcosa di sessuale, di lascivo, un desiderio spinto, da lupi affamati; è allarmante, perchè il pensiero debole si attesta sulle retrovie e non avanza mai, per partito preso. È per questo che fa le piaghe e puzza di marcio secondo cicli temporali più o meno ristretti. "Sembra di essere precipitati indietro di ottant'anni", xenofobia inclusa - che non c'è, ma alas!, mettiamocela.

Chiusura con marcia funebre di Sigfrido. In alternativa, aberrazione dark ambient tipo il servizio della tv francese Arte Journal (sala conferenza piena, colorata, gente attenta e allegra, sottofondo musicale lugubre): l'allarmantissimo punto 7.

Che è marinettismo "di risulta".

L'incendio, ovviamente, ha valenza metaforica. Ma non ce l'ha. Non può limitarsi a quello. C dell’altro, deve esserci: sono fascisti.

Tieni pronto il fucile, quello coi sedativi, citoyen!

Il famoso punto 5, il terribile punto 18, l'allarmante punto 7.
Una vita costellata di punti.
Signora mia, se solo li unisse con onestà d'animo e senza astio, proprio come noi abbiamo fatto con voi, verrebbe fuori il diagramma dell'aria pulita. Ma non può.


Mentalità.