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Carmelo Bene - Majakovskij "All'Amato Me Stesso"

"Andiamo pure", Giano... - di Adriano Scianca PDF Stampa E-mail
Scritto da Adriano Scianca   

Giano Accame, La morte dei fascisti, Mursia, Milano 2010, 341 p., 19 €


Un'immagine, il bagliore sovrumano di un'istantanea che si fissa nella mente:


“Quel fascista a Torino

che sparò per due ore

e poi scese per strada

con la camicia candida

con i modi distinti

e disse andiamo pure

asciugando il sudore

con un foulard di seta”.


I versi di Franco Fortini – poeta ebreo e antifascista, ma a suo tempo entusiasta partecipante ai Littoriali – direbbero già tutto. Un ritratto che condensa tutto un approccio all'esistenza e che risulta ancor più veritiero perché vergato da chi non aveva motivi per indugiare nella retorica accondiscendente. “Andiamo pure”: quell'imperativo secco, sereno e spavaldo con cui il prigioniero comanda agli aguzzini di dargli la morte ribalta per un secondo i rapporti di forza di una guerra perduta e decreta la vittoria della forma sull'informe.


E' questa l'immagine che più resta impressa al termine della lettura del libro postumo del compianto Giano Accame, La morte dei fascisti, uscito per Mursia un anno dopo il decesso dell'autore. Un saggio sulla morte e sulla sua elaborazione in campo fascista compiuta da un fascista in punto di morte (l'ultimo capitolo è in effetti abbozzato senza approfondire perché, dichiara Accame in una nota, “me ne manca l'energia”). La potenza evocativa di certe figure tratteggiate nel volume non deve tuttavia trarre in inganno: non si tratta di un libretto retorico o oleografico sui giovani andati “a cercar la bella morte” quanto piuttosto di un saggio dotato di un solido apparato filologico e di una densa strutturazione concettuale.


Al centro dell'indagine dell'eclettico intellettuale, studioso di Pound e cultore di eresie politiche “immense e rosse”, sta come da titolo l'esame del complesso rapporto tra morte e fascismo: morte data, morte ricevuta, morte indagata filosoficamente, cantata liricamente, evocata spavaldamente in tanti stornelli di battaglia. Ecco allora scorrere fra le pagine, in mezzo ad ampie ma coinvolgenti parentesi, i volti e i nomi di politici, soldati, poeti, filosofi, scrittori e infine anonime camicie nere alle prese con il grande enigma che pone fine – ma allo stesso tempo dona un fine – alla vita. Dall'orrenda e vile orgia di sangue di Piazzale Loreto all'omicidio a freddo di Giovanni Gentile, dall'esecuzione di Robert Brasillach al suicidio di Drieu La Rochelle (“Esigo la morte!”), fino all'eroica strafottenza dei giovanissimi fiorentini di cui parla Malaparte, falcidiati a guerra finita dalla vendetta dei liberatori cui sapranno opporre una fierezza goliardica che assurge ad archetipo di tutto uno stile di vita. Il lungo capitolo terzo, “Per una storia della truculenza”, costituisce invece un saggio a sé e ci mostra con dovizia di dati e citazioni il volto della liberaldemocrazia che si sottrae alla retorica innocentista: quello dei “buoni” che vogliono, bramano, incitano e provocano le guerre, che dispensano morte con in più il bonus dell'autoassoluzione morale.


Ne La morte dei fascisti, inoltre, Accame mostra una dote rara: l'impegno militante unito alla serenità pacificata e pacificatrice. Nel libro l'autore, decisamente, “si schiera”, eppure dalle sue parole non esce una stilla di livore, di cattiveria, di risentimento. Non fa sconti nel raccontare l'odio partigiano, ma forse proprio per questo non ha bisogno di aggiungere il sovrapprezzo della guerra civile dello spirito. Disprezza di rado, non odia mai.


Si può, come è ovvio, legittimamente dissentire rispetto ad alcune analisi limitate a singoli argomenti. Qualche lettore, ad esempio, potrà storcere la bocca di fronte alle pagine su Israele, ad Accame tradizionalmente simpatico anche in virtù di una esperienza fatta sul campo in qualità di inviato, il primo, a Tel Aviv, proveniente da riviste dichiaratamente “di destra”. Posizioni discutibili e che personalmente non condivido, ma che vanno comprese in tutta la loro articolata complessità; va chiarito che Accame non è Giuliano Ferrara. E se nelle sue pagine compare l'immagine (magari vera, ma decisamente parziale) del colono israeliano che fonda le città vincendo il deserto in virtù di una tenacia e una fedeltà millenarie, non c'è comunque mezza sillaba aprioristicamente ostile agli arabi e ai palestinesi. L'autore non ha posizioni ideologiche, insomma: meriterebbe solo per questo l'onore di critiche altrettanto libere da preconcetti. In un senso o nell'altro. I passaggi controversi, ad ogni modo, non intaccano l'essenza di un libro e, ancor prima, di un percorso umano che stanno lì a testimoniare la fedeltà a un'idea che è la nostra, vissuta tuttavia con una curiosità intellettuale, uno spirito libero, una volontà d'eresia che pochi possono vantare.


Per quanto mi riguarda, ho letto ampi passaggi di questo libro durante un interminabile venerdì sera al Cutty Sark, in mezzo al caos goliardico che solitamente domina in quel pub: rock 'n roll a tutto volume, scherzi, battute, “birre tante / molte sigarette”. Non esattamente un'atmosfera di beata solitudo adatta a meditazioni esistenziali, quindi. Eppure è proprio in quel locale che anni fa ebbi il mio unico colloquio faccia a faccia con Accame, notando già all'epoca la sua assoluta disponibilità, il suo essere del tutto privo di complicazioni e arie che pure avrebbe potuto permettersi con un pivellino come il sottoscritto. Mentre pensavo a tutto ciò e mi reimmergevo nella lettura, mentre tornavo a bagnare il mio spirito nella solarità di guerrieri sorridenti andati incontro all'estremo sacrificio sfottendo i loro aguzzini per la loro rivelatrice mancanza di stile – proprio in quel momento ho avuto la netta consapevolezza come di una “concentrazione di forze” nel luogo magico in cui mi trovavo. Era come se tutte quelle storie, quelle suggestioni magistralmente illustrate convergessero tutte in un punto. Ne avvertivo la responsabilità e l'orgoglio, il peso e l'esempio. Era chiaro: quel frastuono di boccali, risate e canzoni valeva più di tutti gli infecondi silenzi da biblioteca. E' nella polvere prosaica della quotidianità comunitaria che quegli intrecci di storie andavano assimilati. Tutto ciò che avevo attorno era ora meno scontato, meno banale e circonfuso di una sfolgorante bellezza.