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| L'inafferrabile mistica di Tomas Carini - di Adriano Scianca |
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| Scritto da Adriano Scianca |
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Tomas Carini, Niccolò Giani e la Scuola di Mistica Fascista, Mursia, Milano 2009, pp. 272, € 19
Ci sono persone, movimenti, squarci di storia che, da soli, danno il senso di un’appartenenza e di una scelta di vita. Ci sono storie individuali che, fondendosi con i destini collettivi e la febbre di tutta un’epoca, travalicano i confini della mera biografia e si fanno miti fondatori. Esempi al cui cospetto si dirada ogni scetticismo, ogni dubbio, ogni insicurezza. La Scuola di Mistica Fascista, attiva in Italia tra il 1930 e il 1943, rientra esattamente in questa fattispecie. Parlare di questo dimenticato episodio del Novecento non è semplice. Non lo è per gli antifascisti, spiazzati dalla naturalezza di una coerenza cristallina come mai ve ne fu nelle loro fila. Non lo è per tanti neofascisti, umiliati da un paragone impietoso per chi non vi si accosta con la dovuta umiltà. Non lo è, più prosaicamente, per gli studiosi in genere cui manca il materiale primario: una bibliografia esauriente, studi accademici che traccino il cammino, documenti di prima mano troppo spesso sepolti nei bauli di figli e nipoti che degli avi illustri conservano modestia e pudore. In questo senso, ogni ricercatore che aggiunga tessere ad un mosaico ancora per molti versi indecifrabile svolge una meritoria opera di completezza storiografica (per limitarci a questo tipo di problematiche). Ben venga, quindi, il saggio di Tomas Carini da poco uscito nelle librerie per i tipi di Mursia. Un libro di per sé prezioso, poiché contribuisce a porre sotto i riflettori tanti aspetti controversi dell’esperienza animata da Giani e sodali. Uno studio, tuttavia, che assume anche le sembianze di una grossa occasione mancata. Cinque anni dopo l’uscita del fondamentale Gli eroi di Mussolini, di Aldo Grandi, i tempi erano forse maturi per uno studio più articolato del pensiero, delle influenze teoriche, dei contatti sottotraccia che costituiscono il quadro di riferimento, ancora assai poco chiaro, in cui si collocano i mistici del fascismo. Il saggio di Carini vorrebbe affrontare parte di questi quesiti, finendo però per avvilupparsi su se stesso e fallire il compito. Strutturato in quattro capitoli, il libro dello studioso piemontese affronta in una prima parte generalissima la storia della Scuola, tracciandone una cronologia di massima e inquadrando il principale animatore dell’istituto (Giani, appunto). Il secondo capitolo lascia piuttosto interdetti: ci si trova infatti di fronte alla ricostruzione del pensiero del Giovanni Papini pre-conversione. Personaggio interessante, il Papini, ma… che c’entra con la Scuola di Mistica? Il collegamento tra queste pagine e l’oggetto principale del volume appare malfermo e sfuggente. Segue poi un capitolo che riassume per sommi capi l’itinerario culturale di Julius Evola: altre pagine utili per i neofiti, ma francamente di troppo per chi attende di rincontrare quei mistici che avevamo lasciato dopo il bignami iniziale. Nell’ultima, ampia sezione, si ritorna finalmente a parlare del tema che doveva caratterizzare l’intero volume, cercando di tratteggiare il pensiero fascista così come delineato dall’istituto milanese. Carini, insomma, non è uno storico (ha studiato filosofia ed ora si occupa professionalmente di tutt’altro) e si vede. Il collegamento tra Papini e i mistici del fascismo, ad esempio, può sembrare evidente solo a chi si affacci per la prima volta sul maelstrom del pensiero politico novecentesco, a chi incontri per strada un albero e ne tracci la storia senza sapere nulla della foresta. Tutti gli altri potrebbero rispondere: perché Papini e non D’Annunzio, Marinetti, Oriani, Corradini, Pellizzi, Gentile, Corridoni (per rimanere solo in ambito italiano)? In un’ampia descrizione del “pensiero non conforme” italiano tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima del Novecento Papini e Giani possono sicuramente trovare posto. Ma stabilire un nesso univoco tra il primo e il secondo è a dir poco bizzarro. Più sensato appare il focus su Evola, che con la Scuola di Mistica ebbe contatti certo non sporadici. Ma qui Carini si fa sopraffare dalla bibliografia sull’argomento, con cui ingaggia un confronto impari che va a scapito della linearità della spiegazione. La trama del quarto capitolo è abbastanza ingarbugliata, con continui excursus, confronti con la letteratura secondaria, salti temporali, parentesi surreali (come l’involontariamente comico dialogo immaginario tra Giani e… Marcello Veneziani). Il libro ne risente, non risultando completo come il testo Grandi né a questo superiore per approfondimenti tematici che pure erano possibilissimi. Va comunque dato atto a Carini di aver contribuito a porre nuovamente l’accento su di un tema poco conosciuto e di averlo fatto con onestà, documentazione e trasparenza, senza pregiudizi di sorta (e forse con una segreta infatuazione). Resta tuttavia l’impressione che il libro sulla Scuola di Mistica Fascista debba ancora essere scritto. |


