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Commentari al Manifesto dell’Estremocentroalto/2 PDF Stampa E-mail

Estremo
Ciò che è radicale, ciò che va alla radice ed è a sua volta radicato.
Una visione della vita senza attenuazioni, senza finzioni, senza alibi.
L’azione come fonte del sublime, il grido a piena voce come modalità d’espressione prediletta.
Distendere i concetti fino allo spasimo per evitare che si attorciglino su se stessi.
L’esatto opposto dell'estremismo, fossilizzazione puramente verbale di un ribellismo adolescenziale tanto chiassoso quanto sterile.
Si è estremi nel senso qui indicato quando si sanno far convivere la grandiosità dei fini, la risolutezza nei mezzi, lo stile delle espressioni e la forza tranquilla come tenuta etica generale.

Il male dell’Italia e della politica borghese in generale risiede nel moderatismo. I tiepidi, i pavidi, gli intrallazzatori, i maneggioni, i deboli, i temporeggiatori, gli indecisi hanno rovinato questa nazione. Marinetti li chiamava i “dottori in prudenza”. Il “neutralismo” non è qualcosa che ha a che fare con la polemica politica precedente la Grande Guerra. E’ una categoria dello spirito. Che, del resto, si contrappone ad un’altra, quella degli interventisti.
Ecco, noi vogliamo intervenire nella realtà in modo radicale. Il che non significa necessariamente in modo violento o sconsiderato. Significa andare alla radice delle cose. Significa riproporre una nuova cultura dell’azione. Significa darsi idee grandiose e cercare di dar loro seguito nella realtà.
Non fare attorcigliare i concetti significa proprio questo: riscoprire una filosofia esistenziale che non si parli addosso e che sia in grado di dar forma alla realtà. E tutto questo con dinamismo inesausto, ma anche con serenità.
Noi non siamo esagitati, pazzoidi, fanatici.
Pensiamo in grande, agiamo svelti, siamo belli e non cadiamo nelle provocazioni.
Tutto qui.


Centro
L’attestarsi su di una posizione regale e sovrana al di là degli opposti sbandamenti, l’importanza di una centralità politica, sociale, culturale, esistenziale.
Un centro che non è palude; il segmento politico degli opportunisti, degli ignavi, dei vili, degli indecisi, il luogo dove si affonda, dove non ci può essere fondazione, habitat naturale per il cosiddetto “centrismo” politico.
Essere al centro significa essere lì dove realmente accadono le cose, là dove passa lo spirito del mondo a cavallo, lontano dalle periferie e dai ghetti.
Chi non ha autocentratura cerca rifugio nel decentramento rispetto alla società per paura di “contaminazioni” con l’altro da sé. Si mette in un angolo e recita la propria perdente apologia, rassicurato della sua purezza.
Chi invece è centrato in se stesso può rivendicare una centralità nel mondo e nella contemporaneità, parlando con tutti e parlando di tutto, sperimentando ogni linguaggio e mantenendo fermo il cardine anche se la porta sbatte.

Il centro che noi ricerchiamo è di tipo etico e spirituale. Perché prima vengono gli uomini e poi vengono i programmi e senza uomini “centrati” nessun programma ha senso. Politicamente, poi, “tenere la barra al centro” significa avere le idee chiare e non cedere agli sbandamenti. Significa smettere di scimmiottare il nemico, parlando il suo linguaggio “di destra” o “di sinistra”, ma rimanere fermi nelle posizioni che sono nostre. Il centro che noi ricerchiamo, infine, è il centro della società, rispetto alla quale non vogliamo essere ai margini.
Quando passa il treno della storia, molto spesso gli “antagonisti” sono altrove. Ebbene, noi vogliamo essere lì, vogliamo cavalcare la tigre della nostra epoca. Vogliamo comprendere i meccanismi in atto nell’epoca presente, esserci in mezzo e dominarli. L’essere lontani dalle periferie non ha un senso classista/urbanistico, come qualcuno ha voluto intendere. E’ solo l’affermazione del fatto che noi non vogliamo più essere figli di un dio minore. E non per riconoscimento pietistico altrui, ma per la nostra forza. Il ghetto non ci appartiene e ci prendiamo le responsabilità di essere nel mondo di fuori, che certo è più “rischioso” e meno “rassicurante”. Ma è lì che, con espressione hegeliana, passa lo spirito del mondo a cavallo.
Chi vuol cambiare le cose, magari disarcionando il cavaliere del suddetto cavallo per prenderne il posto, deve essere lì, non altrove, raccontando poi a se stessi che si era altrove perché si è differenziati dal mondo volgare e decadente.


Alto
Il senso della verticalità, di un approccio al mondo che passa per la politica delle tre “e”:
etica,
epica,
estetica.
Al trionfo della chiacchiera, della curiosità, e dell’equivoco, bisogna contrapporre con l’esempio l’abitudine del coraggio, la bellezza della schiena diritta, l’esistenza come ascesa.
Riscoprire un senso della nobiltà e della dignità in ogni aspetto del quotidiano, disprezzare il “così fan tutti”, ritrovare una dimensione alta della politica.
Dall’alto, si osserva il basso mantenendo la distanza e vedendo le cose in prospettiva, studiando il terreno per l’attacco.

La dimensione dell’esistenza inautentica, per Heidegger, si sviluppa sulle tre direttrici di “curiosità, chiacchiera, equivoco”. E’ la dimensione della banalità quotidiana, della piccola esistenza da ultimo uomo zarathustriano.
Ebbene, noi affermiamo con forza che questa non può essere l’unica dimensione umana possibile. Affermiamo che un altro modo di stare al mondo è possibile. Nel mondo del buonismo occorre tornare ad essere spietati – per prima cosa con se stessi. Bisogna darsi una forma, una direzione. Noi abbiamo il coraggio di concepire la nostra militanza politica come educazione a tale opera autoformatrice.
I tre pilastri di tale concezione aristocratica della vita sono appunto etica, epica ed estetica.
Etica: avere una legge interiore cui essere fedeli e rispetto alla quale non concepire cedimenti.
Epica: pensare in grande, sentire in grande, essere consapevoli che la vita non è nulla se si fa qualcosa destinato a rimanere “per mille anni”.
Estetica: volere sempre il bello contro il brutto e fare di questo una missione di vita.