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Commentari al Manifesto dell’Estremocentroalto/1 PDF Stampa E-mail

L’ottocento è morto.
Il novecento è morto.
Noi invece ci sentiamo benissimo.

Viviamo in un momento di passaggio. Le vecchie parole d’ordine, i vecchi concetti, le vecchie filosofie sono diventate inservibili, ma la vitalità del mondo contemporaneo non trova ancora sbocchi completi, dotati di senso organico e di una direzione.
Ottocento e novecento sono stati secoli complessi e pieni di contraddizioni. Secoli di miseria e splendore, entusiasmi e lutti, vittorie e sconfitte. Non tutte le domande che gli uomini di quei secoli si sono posti possono dirsi superate ma il quadro globale, il paradigma generale è radicalmente mutato. Alcune intuizioni del passato rimangono geniali, ma senza un ricentraggio sulle prospettive dell’oggi diventano inservibili.
Ebbene, noi ci sentiamo ben radicati nel cuore di quest’era indecisa. Siamo i figli di mezzo della storia e vogliamo vivere fino in fondo la nostra condizione, senza alibi. Noi non pensiamo “contro” la nostra epoca. Semmai pensiamo “oltre” di essa. Ma, in ogni caso, non ci piacciono i lamenti reazionari. Il disgusto della decadenza non ci porta a fuggire verso dimensioni oniriche consolatorie. Bene o male che sia, noi abbiamo deciso di parlare il linguaggio dell’oggi, al limite quello di domani, mai quello di ieri.
Sappiamo che sotto la cenere dell’omologazione globale brucia già la fiamma di una rigenerazione possibile. Noi siamo qui e ci sentiamo benissimo.


Duemilaenove: della destra e della sinistra non si hanno più notizie precise, e quello che sappiamo non ci piace.
Nessuno dei problemi fondamentali dell’epoca presente è “di destra” o “di sinistra”.
E nessuna delle soluzioni possibili lo è.

Il federalismo è di destra o di sinistra? E le biotecnologie? E l’eutanasia? E la tv? E internet? E le grandi migrazioni di uomini? E la laicità? E gli ogm? E facebook?
Insomma: prendete l’agenda politico-culturale più aggiornata e vi accorgerete che le categorie ottocentesche sono del tutto inservibili per muoversi nel mondo contemporaneo. Uno sguardo al parlamento, del resto, non ci aiuta: l’estrema sinistra è costituita di fatto da un movimento legalitario che parla un linguaggio chiaramente “di destra” (Idv), mentre la parte più radicata e dinamica del centrodestra (la Lega) è costituita da un partito certo identitario, certo securitario, ma non di meno allergico alla definizione di destra e definito qualche anno fa da D’Alema “una costola del movimento operaio”. In ambito politologico, ogni tentativo di definire destra e sinistra è finito in scacco, dovendo ammettere talmente tante eccezioni da vanificare ogni regola.
E allora bisogna fare i conti con una grande verità: rispetto al mondo contemporaneo la potenzialità ermeneutica dei concetti di destra e sinistra è pressoché nulla. Coloro che, del resto, a tali concetti continuano a far riferimento sullo scacchiere politico e istituzionale non ci piacciono e non ci rappresentano.

E’ un nodo di Gordio inestricabile e chi tira le funi da una parte o dall'altra non fa che aumentare l’ingarbugliamento.
Vince il parlarsi addosso, si diventa incapaci di produrre senso tramite il linguaggio. Occorre allora l’emergere di una prospettiva nuova, di una rottura epistemologica, di un cambio di paradigma; cortocircuitare il linguaggio dominante in un caos fecondo dal quale sorga qualcosa di mai visto e mai sentito.
Quelli che tirano a destra e quelli che tirano a sinistra non scioglieranno mai il nodo ma si daranno anzi man forte per stringerlo ancor più.
Occorre un gesto estremo che spezzi la corda. Al centro. Dall’alto.
Occorre essere spada.

Il gesto di Alessandro Magno che, di fronte al celeberrimo nodo di Gordio – inestricabile per tutti – tira fuori la spada e taglia di netto la corda conquistandosi la legittimazione per divenire imperatore, ha un chiaro sapore simbolico.
Quando c’è una problematica insolubile alla luce delle categorie già in uso, occorre vedere le cose da una terza prospettiva.
Noi amiamo la logica del terzo incluso: nelle grandi tematiche che dividono l’opinione pubblica noi siamo per una sintesi superiore oltre sostenitori e oppositori. La logica binaria ha fatto il suo tempo, perché rappresenta il dibattito interno al “vecchio mondo”. Un mondo che, tuttavia, è da tempo entrato in crisi. E’ in questi momenti di passaggio che si innescano le rivoluzioni culturali. Kuhn, Foucault, Bachelard l’hanno ben spiegato: arriva un momento in cui il linguaggio che parliamo quotidianamente non riesce più a spiegare le cose.
Diventa, appunto, tautologico, cioè bloccato su se stesso. E allora l’emergere di una prospettiva nuova è inevitabile.


Oggi, le menti, i cuori, i corpi di chi vuole aggredire la modernità e vivere il presente da protagonista ripudiano, disprezzano e deridono i gusci vuoti della politica politicata.
Non è una trovata buffonesca, una fisima intellettualoide, un provocazione virtuale.
E’ un percorso vissuto, è un’esigenza della carne.
E’ un vitale bisogno di aria.
Più accettiamo le definizione imposte da altri, meno percepiamo la sensazione di essere realmente politica.

Sotto le insegne della destra e della sinistra si sono per anni raccolte persone in buona fede e intelligenze vivide. Forse a quel tempo era giusto così e nei confronti di costoro non vogliamo certo instaurare un processo postumo. Senza alcuni di loro, anzi, noi oggi non saremmo qui. E tuttavia è per noi oggi un’esigenza vitale collocarci “altrove”.
Non siamo, ovviamente, i primi a tentare il superamento. Tutto il ‘900, anzi, può essere visto come un’eterna sperimentazione di vie ulteriori rispetto alle categorie ottocentesche. Tentativi ora falliti per tare interne, ora repressi nel sangue per riaffermare l’ortodossia liberaldemocratica.
Negli ultimi decenni, inoltre, il superamento è stato tentato su di un piano troppo spesso intellettualistico, svegliandosi la mattina e improvvisando nuove definizioni, nuove collocazioni, nuove sintesi. Prima si creava una parola d’ordine accattivante e poi si cercava chi la urlasse per strada.
Nel nostro caso, invece, la nuova sintesi è una conseguenza, non un presupposto. L’Estremocentroalto è il punto di arrivo – e, a sua volta, nuovo punto di partenza – di una comunità umana in cammino, che ha lottato sul campo, per le strade, nelle scuole, che ha addensato attorno a sé forze giovani ed esuberanti e che alla fine, guardandosi allo specchio, non si è più riconosciuta nelle etichette che gli venivano cucite addosso. Il nostro non è un lifting, non è un vezzo, non è un gioco di società. E’ onestà nei confronti di noi stessi. Noi vogliamo parlare, non essere parlati.
Ci riprendiamo tutto, anche il linguaggio.


Alla destra non perdoniamo di aver parlato d’ordine e di averlo confuso con compiti da nettezza urbana e bassa sbirraglia.
Alla sinistra non perdoniamo di aver sollevato le masse contro il potere solo per meglio insediarsi in quest’ultimo.
Al centro non perdoniamo niente, e basta.
Ciò che un tempo era semiparalisi mentale, oggi è coma profondo.
Sia allora spietata la nostra compassione.
Basta con destra e sinistra, sorga l’Estremocentroalto.

Ortega y Gasset, parlando di destra e sinistra come due forme di semiparalisi mentale, era stato troppo buono.
Oggi, di fatto, l’elettroencefalogramma è piatto. Non è che schierandosi con uno dei due segmenti politici si colga solo una parte della realtà.
E’ che la realtà sta proprio da un’altra parte.
Sta lì dove vogliamo essere noi.